L’Italia è da sempre un paese ritenuto all’avanguardia nel campo della produzione di energia elettrica proveniente dalla costruzione di dighe. La Diga del Vajont ne era un chiaro esempio.

Sin da fine ‘800 i costi del carbone e la tradizione plurisecolare della manifattura italiana nell’uso dell’acqua come forza motrice portarono infatti alla graduale introduzione delle centrali idroelettriche. 

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Il primo impianto idroelettrico di un certo rilievo fu quello del Gorzente, realizzato nel 1889 per alimentare stabilimenti industriali nella zona di Genova. Nel periodo tra le due guerre mondiali il sistema elettrico italiano raggiunse la maturità e la fisionomia che avrebbe poi mantenuto nei decenni centrali del novecento.

Al momento della nazionalizzazione degli impianti (fine 1962) l’idroelettrico offriva circa il 65% della produzione totale di energia. Un anno dopo avvenne quello che nel nostro paese viene ricordato come il più grave incidente relativo ad impianti per la produzione di energia: il disastro del Vajont.

Diga del Vajont

La Storia dell’Impianto del Vajont

Il completamento del programma della SADE (Società Adriatica per l’Elettricità) per lo sfruttamento del bacino del Piave prevedeva la realizzazione di un serbatoio sul torrente Vajont (omonimo della valle alpina del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia) per la piena utilizzazione del sistema costituito dal Piave e dai torrenti Maè, Boite e Vajont. L’idea risaliva addirittura al 1925. Nel 1940 iniziò l’elaborazione del progetto per la realizzazione del nuovo serbatoio per alimentare la centrale di Soverzene che, con i suoi 220 MW, era all’epoca la più grande centrale idroelettrica d’Europa.

Il serbatoio del Vajont diventava così il cuore pulsante di un sistema per il massimo sfruttamento di tutte le acque e tutti i salti di altezza disponibili sul Piave, in grado di alimentare il sistema anche in periodi pluri-stagionali siccitosi. I lavori iniziarono nel 1957 e terminarono nel 1960.

Il Disastro

il disastro del vajont

Il 9 ottobre del 1963, alle 22.39, dal versante settentrionale del monte Toc a cui era appoggiato un fianco della diga si staccò un’enorme frana, che scivolò rapidamente nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont. La massa della frana era più grande dell’intero lago e quando ci precipitò dentro causò due onde gigantesche: una travolse le frazioni della valle del Vajont a est della diga, disperdendosi nel punto dove si allarga e risparmiando per pochissimo il paese di Erto; l’altra scavalcò la diga a ovest e si rovesciò sugli abitati nella valle del Piave con un percorso durato quattro minuti, poi salì sul versante opposto fino a perdere forza e rovesciarsi di nuovo all’indietro nella valle. Distrusse paesi e frazioni, soprattutto Longarone, e uccise quasi duemila persone. La frana che cadde quella sera aveva una massa di 270 milioni di metri cubi. I primi detriti impiegarono circa 20 secondi a raggiungere l’acqua.

La mattina dell’incidente l’ingegner Alberico Biadene, direttore dei lavori della SADE, aveva inviato una lettera al capocantiere Mario Pancini, chiedendogli di rientrare dalle ferie, preoccupato per quello che stava succedendo sul versante del monte Toc (qualche piccola caduta di sassi dal versante incriminato).

Furono commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage:

  • l’aver costruito la diga del vajont in una valle non idonea sotto il profilo geologico;
  • l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza;
  • il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

Il Ministero dei Lavori Pubblici aprì immediatamente un’inchiesta giudiziaria per il disastro del Vajont. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi per i massimi dirigenti di SADE.

E oggi? Come risulta essere la situazione 53 anni dopo?

la diga del vajont, 60 anni dopo il disastro

I paesi colpiti sono stati ricostruiti, anche se la loro rinascita economica deve ancora compiersi completamente. La diga è ancora al suo posto, sebbene sia in disuso. Negli ultimi anni è avvenuta una ripresa di interesse verso la diga e quindi la tragedia e si sono fatte frequenti le visite guidate da parte di specialisti interessati agli aspetti scientifici della diga, ma anche di gente comune. La zona in cui si è verificato l’evento catastrofico continua a parlare alla coscienza di quanti la visitano attraverso la lezione, quanto mai attuale, che da essa si può apprendere.

L’ENEL, oggi proprietaria delle strutture e dei terreni, ha aperto al pubblico nell’estate 2007 la parte del coronamento sopra la diga, affidando ad alcune associazioni del territorio il compito di gestire le visite guidate. I turisti possono ora accedere all’intero percorso del coronamento, per osservare con i propri occhi l’impressionante scenario della frana del Monte Toc e della valle sottostante di Longarone.

Per il 2013, in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro del Vajont, la regione Veneto ha stanziato un milione di euro per la messa in sicurezza e il recupero delle gallerie interne alla montagna, prima inagibili e non perlustrabili.

In Italia il potenziale della risorsa idroelettrica è sfruttato praticamente al 90% e si è quasi giunti al limite del massimo sfruttamento possibile. Non sembra quindi essere un settore capace di espandersi ulteriormente. Bisogna però fermarsi a riflettere per evitare che disgrazie di questo genere avvengano nuovamente in altre modalità, magari sfruttando nuove forme di energia non del tutto sicure.

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Fabio

Autore Fabio

Studente di Ingegneria Energetica presso il Politecnico di Torino. Appassionato di tematiche ambientali, coglie sempre l'occasione per scambiare concetti e idee.

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