| Vivisezione: un problema che riguarda tutti |
| Stefano Cagno |
Esiste la diffusa ed errata convinzione che la vivisezione sia un argomento che interessa solo gli animalisti; anzi, peggio ancora, che questa pratica rappresenti una forma di tutela per la salute umana. Niente di più sbagliato e di seguito cercherò di dimostrarvelo, dati statistici alla mano.Per raggiungere il mio obiettivo, ho così pensato di presentarvi l’iter che porta una sostanza chimica di sintesi a diventare un farmaco, ponendo in particolare l’accento su quella che è la reale influenza dei test sugli animali sulla salute umana. Un’industria, che vorrebbe commercializzare un nuovo farmaco per curare una determinata malattia, inizia sintetizzando diverse molecole chimiche in base alle conoscenze su quella malattia. Si passa poi ad una iniziale selezione con test in vitro, ossia senza utilizzare gli animali. La molecola o le molecole che sembrano interessanti sono poi tesate sugli animali per determinare la loro capacità di curare la malattia oggetto di studio e per valutare la loro potenziale tossicità. Alcune molecole vengono scartate durante questa fase, ma quelle promettenti, ossia che curano la malattia negli animali e che risultano innocue o con pochi e non gravi effetti collaterali, sono successivamente sperimentate anche sugli esseri umani. Qui è importante fare una prima osservazione. I vivisettori sottolineano frequentemente che se non si testasse sugli animali bisognerebbe farlo sui nostri simili, ma nei fatti ciò avviene sempre e per obbligo di legge. Se, però, la vivisezione poggiasse su basi scientifiche, per quale motivo bisognerebbe replicare nella nostra specie quanto già compiuto nelle altre? Quale prova migliore per dimostrare che dei test sugli animali non ci si deve fidare? Anche nella nostra specie si studiano i potenziali effetti curativi delle nuove sostanze, e per questo sono utilizzate persone di solito ricoverate in particolare nei reparti universitari, e i potenziali effetti collaterali, soprattutto gravi, e per questo sono assoldate persone sane a cui vengono somministrate le sostanze oggetto di ricerca. Nonostante tutte le sostanze impiegate nella sperimentazione umana avesse superato brillantemente i test sugli animali, in base ad alcuni dati della Food and Drug Administration (FDA), ossia l’organismo statunitense di controllo sulla commercializzazione dei farmaci, il 92% di queste sostanze vengono scartate e non commercializzate (Lester Crawford, FDA Commissioner, in The Scientist 6.8.04 "More compounds failing Phase I" / US Food and Drug Administration (2004) Innovation or Stagnation, Challenge and Opportunity on the Critical Path to New Medical Products). Quindi il 92% delle sostanze terapeutiche ed innocue negli animali si dimostrano inefficaci e/o tossiche nella nostra specie. A questo punto l’8% che si salva da questa strage, diventa un farmaco e viene commercializzato. Quindi l’ignaro e fiducioso consumatore (leggi ammalato) sarà convinto che almeno questi farmaci sono sicuri. Nulla di più sbagliato. Sempre negli USA sulla rivista dell’Associazione dei Medici Statunitensi sono stati pubblicati due studi epidemiologici di grandissima importanza. Nel primo i ricercatori hanno valutato la percentuale di farmaci che negli ultimi anni avevano provocato gravi reazione avverse (morte o rischio di morte o invalidità permanente) in pazienti che li avevano assunti. Il risultato fu sconcertante: il 51% dei farmaci che avevano superato brillantemente le prove sugli animali nella nazione tecnologicamente più avanzata, dopo la commercializzazione, avevano provocato gravi reazione avverse (Moore T.J., Psaty BM. e Furberg CD. Time to act on drug safety. JAMA, 279: 1571-1573, 1998). Questa prima ricerca può essere messa in relazione ad una seconda nella quale si stabiliva che mediamente ogni anno muoiono, sempre negli USA, circa 100.000 persone per reazioni avverse da farmaci, facendo diventare questa la quarta/sesta causa più frequente di morte (Lazarou J, Pomeranz BH, Corey PN. Incidence of adverse drug reactions in hospidalized patients. A meta-analysis of prospective studies. JAMA, 279: 1200-1205, 1998). Quindi dell’8% delle sostanze sopravvissute alla sperimentazione umana, il 51% si dimostrano comunque tossiche dopo la commercializzazione e pertanto solo il 4% delle sostanze sicure e terapeutiche negli animali da laboratorio sono almeno sicure nella nostra specie, ma ciò solo dopo la morte di 100.000 persone all’anno solo negli USA. D’altro canto tutti possono verificare come un farmaco appena commercializzato presenti nel foglietto illustrativo (quello che viene chiamato dalle persone bugiardino e forse un motivo ci sarà!) un certo numero di effetti collaterali che nel tempo aumenta progressivamente fino a diventare talvolta un elenco interminabile. A questo punto la storia è finita. Non ci rimane che porci alcune semplice domande, alle quali credo possano rispondere tutti senza essere grandi luminari della scienza: Possiamo fidarci di un metodo di ricerca che fallisce almeno nel 96% dei casi? Un metodo che fallisce in almeno il 96% dei casi risponde a criteri scientifici? È conveniente un metodo che procura vantaggi a 4 persone e danni a 96? Ognuno è libero di rispondere come vuole, ma il sospetto che i tanto indispensabili test sugli animali, a detta dei vivisettori, in realtà siano solo un espediente per avere in un primo momento le autorizzazioni per la sperimentazione umana e in un secondo tempo per tutelarsi dalle cause legali intentate da pazienti che hanno subito danni da farmaci sicuri negli animali, ma evidentemente non nella nostra specie. Non dimentichiamo, infine, che ogni volta che le industrie farmaceutiche sono state portate in tribunale si sono difese esattamente dicendo che loro avevano testato i farmaci sugli animali, ma si sa che gli esseri umani si comportano in maniera differente rispetto alle altre specie e quindi non erano disposte a pagare i danni. Insomma usando le stesse argomentazioni degli antivivisezionisti. In altri termini per i vivisettori gli animali sono sufficientemente simili a noi quando si tratta di guadagnarci (commercializzare un farmaco) e sufficientemente differenti da noi quando si devono pagare i danni per le denunce subite. Questi trucchi e queste incoerenze sono sempre più smascherate dalla gente che infatti in Italia, secondo i dati dell’Eurispess, nel 86% si dichiara ormai contraria ai test sugli animali. Una speranza per la scienza forse c’è e magari è proprio dietro l’angolo. |
![]() |
Grafica Luna Grillo | Webmaster emmebrus |