| Reattori autofertilizzanti: l'araba fenice - 1 |
| Mario Brusamolin |
Lo sanno tutti, anche gli antinuclearisti più accaniti: l’Italia importa una quantità abbastanza grande di energia elettrica: circa 45 mila TWh all’anno, che è la differenza tra l’import e l’export e che costituisce circa il 12% di quello che consumiamo. La maggior parte di questa arriva da Svizzera e Francia ed è prodotta in larga misura (60%) da centrali nucleari. Questo è uno dei cavalli di battaglia di quelli che ci vogliono convincere che il “nucleare italiano” è un buon affare, così ridurremo la nostra “dipendenza dall’estero”.Non voglio neanche più tornare sulla confusione che si fa tra l’importazione di energia elettrica e di combustibile (che supera l’80%, ma che ci pone alla stessa stregua della Francia) perché questo pasticcio viene usato ad arte dai seguaci di Scajola e Berlusconi per ingarbugliare le già nebulose idee dei poco informati. Gli antinuclearisti sostengono che questo “import” di energia elettrica in realtà sia una "furbata" tutta italiana che farebbe comprare la “merce” a basso costo nei momenti in cui i francesi non sanno cosa farsene, per rivenderla poi a prezzo decisamente più alto quando serve ad altri. Resta tuttavia il fatto che la quantità esportata è appena il 10% di quella comprata. E dunque resta anche il fatto che abbiamo bisogno di impianti stranieri (di qualsiasi tipo) per accendere tutte le lampadine dei nostri alberi di Natale. Siamo il paese europeo con il più alto import energetico: 3 volte più dell’Olanda, 6 volte più del Belgio che ci seguono in classifica, ma anche 15 volte più dell’Austria, che non ha nessuna centrale nucleare sul suo territorio. Non voglio entrare qui nel merito di quanta energia produciamo a fronte di quella che poi realmente utilizziamo. Secondo i dati Terna del 2008 gli impianti esistenti nel paese (se funzionassero al massimo e tutti assieme) sarebbero in grado di fornire una potenza (98 GW – 63 GW netti) nettamente superiore a quella necessaria anche in caso di grande necessità come durante un’estate torrida (57 GW). Ma, lo ripeto, non è questo il punto. Quando parliamo di energia che arriva dall’estero c’è una domanda che dovrebbe sorgere spontanea: cosa succederebbe se un’azienda italiana, magari a capitale (totalmente o parzialmente) pubblico producesse energia elettrica in uno stato straniero? L’energia prodotta (anche) coi soldi dei cittadini a chi andrebbe ascritta? E se venisse venduta all’estero rientrerebbe nella bilancia import-export come voce a favore? Le risposte a queste domande non avrebbero senso se la situazione non fosse reale. E allora chiediamoci se effettivamente esistono società a capitale (parzialmente) pubblico che producono energia in nazioni diverse dalla nostra. Credo non sia difficile capire che il ragionamento è riferito all’ENEL, una volta ente nazionale dell’energia elettrica, di proprietà dello Stato e quindi interamente finanziata dai cittadini. Anche oggi, dopo la sua privatizzazione, incominciata nel 1999 e proseguita nel tempo per tappe, una buona fetta delle azioni sono in mano allo stato. Precisamente al Ministero dell’Economia (14%) e alla Cassa Depositi e Prestiti (17%). Il resto è stato venduto un po’ alla volta producendo introiti per circa 30 miliardi di euro. Ora, sia il Ministero che la “Cassa” esistono in quanto istituzioni statali e sono pertanto sovvenzionate coi soldi che ogni cittadino onesto versa alla Nazione sotto forma di tasse. In realtà lo Stato detiene soltanto il 70% del capitale della Cassa. Il restante 30% è di proprietà di istituti di credito (specie le innumerevoli Casse di Risparmio italiane). Le operazioni che ENEL conduce sia in Italia che all’estero ci dovrebbero interessare molto, dal momento che un loro successo (o insuccesso) si riflette alla fine anche sul “nostro” bilancio in quanto “soci” dello stato italiano. ENEL ha numerosissime attività all’estero, praticamente in ogni angolo del pianeta, dall’Europa all’Asia, dall’America latina all’Africa fino negli USA. Ma qui voglio occuparmi del primo investimento fatto nel settore dell’energia nucleare all’estero. Credo sia noto che i francesi abbiano dato impulso al "loro nucleare” muovendosi contemporaneamente sul terreno militare (per costruire l’“atomica”) e su quello civile e che proprio questo connubio sia alla base dello sviluppo anomalo di questo paese nel panorama europeo. Bene, negli anni ’60, mentre spopolava Johnny Halliday, gli ingegneri d’oltralpe ebbero un’idea meravigliosa: costruire un reattore quasi fantascientifico che oggi chiameremmo "di quarta generazione". Come è noto uno dei gravi problemi legati alla produzione di energia elettrica da nucleare è lo smaltimento delle scorie radioattive, vero e proprio rompicapo che 60 anni di attività, ricerca e progressi nel nucleare non sono riusciti nemmeno a scalfire. L’idea francese in sé è ottima: usare le scorie (in particolare il Plutonio239 che si produce dall’azione dei neutroni sull’U238 – vedi qui) per alimentare il reattore. Insomma è un po’ come se potessimo raccogliere le ceneri del legno che abbiamo bruciato nel caminetto e farle bruciare di nuovo. Davvero una figata! Uno dei primi problemi da affrontare era quello di aumentare la produzione di Plutonio come prodotto “di scarto” della fissione nucleare. Per fare questo servivano dei neutroni più veloci di quelli usati normalmente, chiamati "neutroni termici". Occorre precisare che i neutroni sono veloci o termici (lenti) non in base alla loro volontà: non ci sono insomma neutroni pigri che vanno più adagio e altri più pimpanti che corrono come i matti. La velocità (e quindi l’energia cinetica) di queste particelle viene regolata con dei mezzi di contrasto, che servono a rallentare la loro corsa. Così nella maggior parte dei reattori attualmente esistenti vengono impiegate grandi quantità di acqua che hanno due scopi differenti, entrambi decisivi per il buon funzionamento dell’impianto. Il primo è, appunto, quello di moderare la velocità dei neutroni, il secondo (di cui abbiamo parlato nel numero di Ottobre 2009 – vedi qui) è quello di raffreddare l'impianto, portando via una parte (70% circa) dell’enorme quantità di calore prodotto nella reazione nucleare; parte che non serve alla produzione di energia elettrica e che surriscalderebbe la struttura danneggiandola. Se vogliamo che i neutroni siano veloci, l'acqua come mezzo di moderazione non va bene (e nemmeno le altre sostanze usate meno frequentementente come acqua pesante o grafite). Dobbiamo utilizzare qualcosa che rallenti meno i neutroni, ma che garantisca contemporaneamente un buon raffreddamento del reattore. Si fa così ricorso a metalli liquidi come il Sodio, i quali hanno un comportamento molto migliore da un punto di vista termodinamico, ma presentano alcuni problemi rilevanti di contenimento e di corrosione e, oltretutto, sono molto, molto più costosi. Ecco dunque l’idea geniale dei francesi alla fine degli anni ’60: costruire un reattore che in un certo senso rinasca dalle proprie ceneri, come quell’uccello multicolore meraviglioso che doveva essere l’araba fenice, che viveva per 500 anni (almeno secondo gli antichi egizi) per poi costruirsi un nido profumatissimo e lasciarsi bruciare elevando un canto dolcissimo. Ma dalle ceneri nasceva un uovo che si dischiudeva grazie al calore del sole in tre giorni riportando in vita l’Araba Fenice … sempre sperando che in quei tre giorni non piovesse. Un reattore assolutamente nuovo, “autofertilizzante”, che costruiva dalle proprie “ceneri” nuovo combustibile. Il nome da assegnargli non poteva che essere “Phenix”. Al fratello maggiore, localizzato nella centrale costruita a Creys-Mépieu sul fiume Rodano, venne assegnato come da copione il nome di “Superphenix”. Cosa c’entra l’ENEL in tutto questo? Lo vedremo la prossima volta. |
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