Una modella in "fase terminale"
Lettera da una madre ...   
hospice Rimini
Lettera da una madre che ha perso il figlio
Questa immagine, che campeggia a Rimini in cartelloni pubblicitari che hanno l’obiettivo di raccogliere fondi per l’apertura di un Hospice nella città romagnola - simbolo universale di ferie, vacanze e spensieratezza - mi ha istintivamente e profondamente turbata e mi sono chiesta il perché.
Intanto, cos'è un Hospice? L’Hospice è una struttura per malati terminali, normalmente di cancro, in cui si viene ricoverati quando non vi è più spazio per terapie, più o meno efficaci, volte al “contenimento” della malattia: all’Hospice insomma si va per le ultime fasi della vita, in attesa di Nostra Sorella Morte.
La parola “morte” è un termine poco amato, poco diffuso e poco usato anche dai medici; morte vuol dire decadimento, lutto, ferite spesso indicibili del corpo e dello spirito, dolore per chi parte e per chi resta e tanto, tanto altro, che credo nessuna parola sia in grado compiutamente di esprimere.
L’esperienza della morte di un proprio caro, o comunque di una persona cui siamo legati, è quanto di più personale, intimo, segreto ognuno di noi racchiude e come non ci sono due vite uguali così anche ogni morte è unica e l’impronta che lascia irripetibile.
E’ abbastanza logico che in un mondo che si vorrebbe fare apparire costituito di sole persone giovani, belle, sane, felici ed in perfetta forma fisica, questo termine sia in disuso e chi si trova- suo malgrado- in procinto di terminare il proprio viaggio, sia considerato un passeggero scomodo, fuori posto, perché è colui che ci ricorda che non viviamo in un mondo virtuale, ma in un mondo che trasuda sofferenza e dolore: colui cui tocca scendere alla prossima fermata è destinato a lasciare inevitabilmente dietro di sé orfani, o peggio ancora, genitori, o vedove e vedovi e comunque amici che non potranno più fare uno squillo quando saranno in crisi e vorrebbero avere vicino l’amico di sempre.
Allora la morte va negata, relegata, ignorata, oppure, cosa ancor più grave, come nel caso di questa pubblicità, edulcolorata, falsata e pertanto banalizzata.
La signora giovane, dolcemente sorridente, con lo sguardo lontano, pur “chemioterapata” perchè calva, è pur sempre una bella donna, apparentemente soddisfatta e serena, fiduciosa che si arriverà prima o poi alla meta. E' il viso di una modella non di un'ammalata, e lo si vede lontano un miglio.
E’ davvero così che ci si sente quando si varca la soglia di un Hospice?
Credo di no, anche se continuamente ci vorrebbero far credere che la vittoria contro il cancro è dietro l’angolo. Chiedere soldi per costruire un Hospice significa ammettere che la nostra guerra contro il cancro è fallita, perché di cancro si muore.
E allora chiediamo soldi con un volto bello, sereno, che non appartiene certo ad un malato "reale" perché se ormai il destino è segnato e non possiamo più negare la morte né ignorarla, allora conviene banalizzarla, esorcizzarla, farla apparire un transitorio incidente di percorso, neanche poi tanto grave, infatti il volto della suadente signora è sereno e lo sguardo, rivolto ad un lontano orizzonte, speranzoso e un po’ sognante!
Alla fine di questa lettera capisco di non essere turbata, ma profondamente indignata, anche per le tante, troppe persone che non ci sono più e che ho visto tanto, troppo, tribolare.
Scusate, non chiedo altro, ma vorrei, almeno per loro, rispetto, o, se è troppo, almeno un po’ di buon gusto.
Ma mi viene un ultimo dubbio: che si voglia, con questo manifesto e con altri simili, sortire un effetto di “vaccinazione psicologica” visto che al 50% di noi verrà fatta diagnosi di cancro?
Non è che a qualcuno è venuto in mente di farci, un po’ alla volta ed a piccole dosi, abituare all’idea?
 


Grafica Luna Grillo
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