Quanto costa la vita? Ecco il mercato umano
Gianni Lannes   
Mercato della vitaNel vecchio continente occorrono circa 3 anni per una donazione legale e molti pazienti muoiono prima di ottenerla. Risultato? Il traffico di organi umani va a gonfie vele. Un rene viene pagato 3 mila euro all’offerente e rivenduto a circa 200 mila dollari. I donatori vengono reclutati a pagamento in alcuni nazioni dell’Est Europa dove i redditi sono striminziti e il costo della vita gioca al ribasso. Una Commissione del Consiglio d’Europa ha denunciato a Strasburgo un traffico di reni da diversi Paesi dell’Est europeo. «Dalle nostre indagini in Moldavia - scrive la relatrice Ruth Gaby Vermot-Mangold - i donatori tutti giovani, vengono portati in Turchia, dove si effettuano le analisi di compatibilità, dopo le quali si fissa in cliniche private il trapianto. I riceventi sono israeliani, russi e cittadini dei Paesi arabi ma si sospetta che vi siano anche tedeschi e austriaci». Al mercato degli organi umani, un corpo integro vale attualmente 45 milioni di dollari. Per i trapianti e anche per l’utilizzo di cellule, tessuti e proteine per l’industria medica il nostro corpo è una miniera. In teoria, perché le norme internazionali sono restrittive e l’effettiva capacità di estrarre parti e sostanze riutilizzabili resta per ora limitata. Una volta nell’occhio del ciclone figuravano India e Brasile, ma oggi il commercio clandestino di organi umani è sempre più vicino all’universo occidentale. «Nel mondo le ineguaglianze aumentano - attesta l’Organizzazione mondiale della sanità - Il pericolo del calo della vita media riguarda il 50 per cento degli europei. In Russia la vita media è scesa a 65,4 anni, mentre nell’Africa subsahariana, benché fosse già bassa, è calata ulteriormente negli ultimi 10 anni». Analoghe disparità sono presenti anche nel ricco occidente: a Glasgow, fra un distretto e l’altro, la differenza della speranza di vita è di 10 anni. E «a Torino - documenta uno studio universitario dell’ateneo cittadino - si è arrivati a un livello simile». Se uno dei tre esseri umani economicamente più ricchi del mondo morisse in un incidente (in tre superano il pil dei 48 Paesi poveri censiti dall’Onu) la sua quotazione sarebbe stratosferica. Irrisoria è per i non abbienti. Così dice il codice civile: la vita vale per ciò che si guadagna. In teoria la vita umana non ha prezzo. In realtà c’è un cartellino indicativo che tende al ribasso per le classi sociali agli ultimi gradini. Lo straniero vale la metà. In Turchia, ad esempio, un italiano morto per colpa può essere liquidato meno che in Italia. E anche gli stranieri dei Paesi in via di sviluppo che periscono nel nostro Paese vengono contrattati al minimo, dato che si tiene conto della loro provenienza da zone povere. Inoltre, molte assicurazioni invocano il principio di reciprocità: se la vittima è di un Paese arretrato che non riconosce il danno a valori europei, bisogna comportarsi allo stesso modo. Di fatto: la vita di uno straniero in Italia vale la metà di quella di un italiano. Nella realtà, a parte Europa, Giappone e Usa, ci sono ben poche possibilità che la vita venga risarcita. E quando avviene, si tratta di pochi spiccioli. Se si prova a ordinare uno stereo, un computer, una moto a un rivenditore di Caracas, Città del Messico, Nuova Delhi o Nairobi, si può constatare che il bene di consumo costa anche più che in Europa (parecchi stipendi locali). La vita umana invece, o non ha prezzo (perché non viene risarcita) o può valere nei risarcimenti meno di un telefonino. I risarcimenti per la perdita della vita umana, infatti, sono inferiori al costo di molti beni di lusso. Per legge, la vita ha un valore biologico, morale e patrimoniale. Paragonandola alle merci che viaggiano per la Terra, protette da leggi internazionali, ci si chiede: vale più un telefonino o la vita di un bambino ammalato di malaria in Zambia? Un fuoristrada nuovo o un italiano che viene investito da un pirata della strada? La vita non ha prezzo, è un bene supremo, ma per le assicurazioni, le multinazionali farmaceutiche, i giudici chiamati a valutare i danni di un incidente colposo sul lavoro, la vita deve avere un prezzo. Quale? Abbiamo provato a scoprirlo, partendo da un’evidente anomalia: il costo di una moto, una macchina fotografica o un orologio di marca è abbastanza stabile fra le varie aree del globo terrestre. Il prezzo della vita umana no: si va infatti da qualche spicciolo a milioni di euro. Fino agli anni ’90 il danno di una persona anziana che moriva in Italia per colpa di un automobilista, poteva essere liquidato dalle assicurazioni con cifre inferiori al costo di un auto di segmento medio-alto. Oggi, va un po’ meglio, ma la valutazione è comunque più bassa di quella di una Ferrari di tre anni (vale meno di 90 mila euro). Se un auto del genere va a fuoco, il risarcimento per il proprietario sarà più alto di quello dovuto ai familiari di un anziano che muore in un incidente stradale. E anche di un figlio minore vittima di uno scontro in motorino. Se si finisce all’altro mondo per colpa di qualcuno, sono tre i criteri adottati per il risarcimento: danno biologico (il diritto alla salute viene leso totalmente), danno morale da lutto (un’ingiustizia anche ai parenti), danno patrimoniale (la persona deceduta non darà più il suo apporto economico alla famiglia che ha quindi diritto a un risarcimento). Un capo famiglia vale in teoria circa 500 mila euro. Stabilendo invece una media fra le sentenze, la fine della vita di un italiano per responsabilità altrui costa oggi 250 mila euro, se si dimostra l’effettiva responsabilità. Facile a dirsi, se la vittima è stata investita; più difficile nel caso di una collisione fra due macchine, ancora più difficile nel caso di morti da parto o per soccorsi ospedalieri errati. Quasi impossibile per le malattie gravi, provocate da lavorazioni sospette o pericolose sul posto di lavoro. Ostruzionismo. La persona muore e, solitamente, nei casi meno dimostrabili, l’assicurazione sposa la tesi della non responsabilità o del concorso di colpa e si va a un processo che può durare a lungo. E’ difficile che i familiari ottengano un risarcimento completo se non si affidano a studi legali specializzati. C’è sempre un margine di discrezionalità sul valore della vittima. In pratica parte una trattativa commerciale fra avvocati, supportata dai periti di parte. Il valore finale della vittima può variare fino al 20 per cento. Quando però si tratta di riconoscere il danno da perdita della vita in se stesso, si va oltre i danni patrimoniali, non esistono più criteri oggettivi. Alcuni tribunali non lo riconoscono affatto, altri lo valutano 200 mila euro; altri ancora solo 2-3 mila euro. Si considera spesso il danno biologico, il cui risarcimento è trasmissibile agli eredi. Ma «per produrre effetti economici», secondo la Cassazione, «è necessario un periodo di sofferenza e di cure prima della morte della vittima», che il magistrato può quantificare proprio come per l’invalidità temporanea, con vari punteggi. Se però l’agonia dura poco, molti tribunali non tengono conto della perdita della vita. Paradossalmente, la morte non è considerata un danno biologico. Oltre il limite della morte, secondo l’orientamento della Cassazione, non si paga più in denaro perché interviene la punizione penale. Secondo i giudici favorevoli a riconoscere il danno biologico anche per agonie brevi, la perdita della vita è da considerare un danno al 100 per 100 alla salute, la cui integrità viene garantita dalla Costituzione. Inoltre si ritiene in giurisprudenza che il danno inizia nel momento dell’azione colposa. Quindi, anche se la vittima resta in vita poco tempo, avrebbe comunque diritto al risarcimento, da pagare agli eredi. Se si riconoscesse il danno biologico “per morte causata” si dovrebbe anche riconoscere un prezzo per la vita in quanto tale, indipendentemente dalla professione o dal ruolo sociale della vittima. Qui si arriva al terzo aspetto del risarcimento: il danno patrimoniale, che varia enormemente secondo i Paesi. E c’è pure una macroscopica eccezione. Per i profughi non si pagano i danni. Nelle guerre è difficile che venga rimborsata la vita dei civili. Malnutrizione ed epidemie, anche mortali, hanno superato negli ultimi confitti bellici i danni causati direttamente dalle armi.


Gianni Lannes
, nato in mare ma ben saldo sulla terraferma, dal 1987 svolge in Italia e all'estero il mestiere di giornalista e fotografo freelance. Per lustri ha lavorato nei settimanali Avvenimenti, L'Espresso, Panorama, Famiglia Cristiana, Io Donna, D - La Repubblica delle Donne, Venerdi di Repubblica, iario. E si è fatto le ossa professionali nei quotidiani Il Manifesto, Liberazione, L'Unità. a scritto inoltre per i mensili Airone, La Nuova Ecologia, Medicina Democratica. Attualmente dirige il giornale online Italia Terra Nostra e collabora col quotidiano La Stampa, nonché con la Rai radio televisione italiana.
Specialista in inchieste di giornalismo investigativo: si occupa principalmente - nell'ambito del Mediterraneo - di problematiche ambientali, militari, sociali, scientifiche, archeologiche e soprattutto della criminalità rganizzata. Per impegno personale batte da lungo tempo in prima linea le piste polverose di terre lontane. Oggetto di attentati e minacce mafiose, ha condotto risolutive inchieste sul traffico di esseri umani, di armi rifiuti pericolosi.
 


Grafica Luna Grillo
Webmaster emmebrus