Antivivisezionismo: ragioni etiche
Stefano Cagno   
AntivivisezioneLa ricerca della vergogna
Il pensiero occidentale non è mai stato particolarmente benevolo verso gli animali che sono stati visti, quasi sempre, come esseri al servizio dell'uomo. Non sono mancate, già nell'antichità, voce in dissenso rispetto a questa impostazione, come ad esempio Pitagora, Porfirio, Plutarco, Celso, ma nel complesso fino a pochi anni fa la visione antropocentrica è stata quasi universalmente accettata. Anzi, in passato vi furono filosofi che hanno considerato gli animali macchine prive di sensibilità e sentimenti. Cartesio riteneva i guaiti di dolore di un cane equivalenti al rumore di un orologio. A questa visione si oppose Kant, il quale riteneva che gli esseri umani dovessero rispettare gli animali perché la crudeltà verso questi ultimi predisponeva ad identici comportamenti anche verso i nostri simili. Anche l'impostazione kantiana però rimaneva antropocentrica, poiché non erano riconosciuti agli animali veri diritti, derivanti dalla loro condizione di esseri viventi e senzienti, ma indiretti e finalizzati ad evitare analoghi comportamenti dannosi verso gli esseri umani. Solo alla fine del diciottesimo secolo il filosofo utilitarista Jeremy Bentham, per la prima volta, iniziò a porre le base per il riconoscimento dei diritti animali. Egli riteneva che gli uomini nei loro comportamenti verso gli animali non dovevano considerare se parlavano o ragionavano, ma soltanto se erano in grado di soffrire. Per questo motivo è ingiusto comportarsi in maniera crudele verso gli animali e quindi, ad esempio, vivisezionarli. Soltanto all'inizio degli anni '70 cominciò ad organizzarsi un vero e proprio movimento per il riconoscimento dei diritti degli animali. A guidarlo due filosofi: Tom Regan, professore presso l'Università del Nord Carolina negli Stati Uniti e Peter Singer, direttore del Centro di Bioetica Umana alla Monash University di Melbourne in Australia. Il concetto di specismo è alla base delle argomentazioni di questi filosofi. Gli esseri umani mettono in atto comportamenti crudeli verso gli animali soltanto perché questi non appartengono alla nostra specie. Analogamente i razzisti discriminano in base alla razza e i sessisti in base al sesso. Quindi riconoscere agli animali i diritti alla vita, al benessere, ad un equo trattamento che tenga in considerazione le caratteristiche etologiche, rappresenta la logica conseguenza del riconoscimento dei diritti umani. L'argomentazione che noi saremmo autorizzati a compiere determinate azioni sugli animali poiché questi sono meno intelligenti rispetto agli esseri umani, viene rifiutata utilizzando l'esempio dei casi marginali. Se infatti vivisezionassimo soltanto in base al grado di intelligenza, dovremmo utilizzare anche, ad esempio, i bambini gravemente cerebrolesi, poiché sicuramente meno intelligenti rispetto ai primati non umani. Se non ci comportiamo in questa maniera è perché discriminiamo i nostri comportamenti in base a pregiudizi di tipo specista .
Nelle valutazioni etiche delle nostre azioni verso gli animali dobbiamo quindi considerare la loro capacità di soffrire, di provare sentimenti e sensazioni. Non possiamo considerarli oggetti da usare a nostro piacimento, come suggeriva Cartesio, ma soggetti di diritto. Quindi non dobbiamo farli soffrire, non dobbiamo usarli per i nostri scopi e per i nostri vantaggi che, nel caso della vivisezione, riguardano solo chi la compie: soldi e possibilità di fare carriera. Alla luce di queste considerazioni risulta evidente come la vivisezione debba essere abolita poiché viola tutti i diritti degli animali. Questi, infatti, sono uccisi o durante l’esperimento o dopo l’esperimento, subiscono sofferenze provocate dai vivisettori che non tengono inoltre in alcuna considerazione le caratteristiche etologiche, poiché la permanenza negli stabulari, ossia nei luoghi dove stanno gli animali prima di essere sottoposti all’esperimento nega la maggior parte dei comportamenti istintivi e naturali di ogni specie, come relazionarsi con i propri simili (di solito gli animali restano da soli in gabbia), una vita sessuale (non hanno la possibilità di accoppiarsi), la possibilità di correre, eccetera. Gli animali che sono utilizzati per esperimenti di vivisezione subiscono quindi sofferenze che possiamo chiamare ordinarie, ossia che tutti provano per la loro condizione stessa di animali da laboratorio e sofferenze straordinarie, quando sono sottoposti a determinati esprimenti particolarmente cruenti o sottoposti a comportamenti particolarmente violenti da parte del personale del laboratorio.
Di solito i vivisettori minimizzano il primo tipo di sofferenze e negano le seconde. Tuttavia ogni volta che sono usciti dai laboratori filmati non autorizzati la gente ha potuto vedere la reale condizione di sofferenze, spesso, grave a cui sono sottoposti gli animali, indipendentemente che si tratti di piccoli animali come i roditori o animali più grandi e più sviluppati come cani, gatti o scimmie.

Sofferenza ordinaria
Solitamente i vivisettori affermano che i loro esperimenti sono condotti in maniera indolore, tuttavia le statistiche ufficiali smentiscono in maniera inequivocabile questa affermazione.
In Gran Bretagna, unica nazione dove le statistiche indicano se viene utilizzata l’anestesia durante l’esperimento, dimostrano che solo nel 30% dei casi all’animale è somministrata una sostanza per alleviare il dolore, ma che nella maggior parte di questo 30% non si tratta di un’anestesia, ma soltanto di un’analgesia. D’altro canto come sarebbe possibile, ad esempio nelle ricerche sul dolore somministrare antidolorifici o in generale nelle ricerche farmacologiche somministrare una sostanza che in qualche modo possa modificare il comportamento della sostanza oggetto di studio. Tuttavia è importante sottolineare che la sofferenza non esiste solo durante l’esperimento, ma anche prima e dopo. Gli animali da esperimento nascono quasi sempre all’interno di industrie che hanno come scopo quello di rifornire i laboratori di vivisezione. Alcune come la Charles River o la Harlan sono molto famose, internazioni e con fatturati tutt’altro che trascurabili. Questi animali quindi nascono, vivono e muoiono senza mai avere visto un cielo, senza avere calpestato un prato, senza avere mai sentito il calore del sole. Sono spesso isolati e vivono completamente in balia delle decisioni, prima di chi li ha fatti nascere e poi di chi li fa morire nei laboratori di vivisezione. Una vita di questo tipo, soprattutto per animali che non sono in grado di spiegarsi in alcun modo quanto sta a loro accadendo, ma che si vedono sistematicamente negati i loro bisogni etologici naturali, è una condizione di grave e prolungata sofferenza.
Anche quando gli animali non soffrono durante l’esperimento, quasi sempre soffrono dopo. Basti pensare a tutti quelli che sono sottoposti ad un intervento chirurgico, oppure a quanti devono assumere ingenti quantitativi di farmaci, o peggio pesticidi, per valutarne la potenziale tossicità. Questi animali spesso muoiono per avvelenamento, poiché ogni sostanza se ingerita in quantità notevole può diventare tossica. Dal momento della somministrazione alla morte possono passare ore o giorni. E per tutti questi animali ovviamente non esiste anestesia o analgesia. Oppure ancora gli animali costretti negli apparecchi di contenzione per testare i cosmetici spalmati nei loro occhi (Draize test), oppure sottoposti ai test psicologici, a continue scariche elettriche, affamati o ipernutriti, a cui sono state provocate fratture eccetera. Alcuni di questi animali potrebbero anche non soffrire durante l’esecuzione dell’esperimento, ma sicuramente tutti soffrono dopo la fine dell’esperimento.

Esempi di sofferenza straordinaria

Henry Harlow: un “grande” ricercatore
Henry Harlow è stato un ricercatore, tanto famoso tra gli psicologi, quanto tra gli antivivisezionisti. Le sue ricerche sulle scimmie, infatti, riempiono i libri di testo universitari, ma sono anche frequentemente citate per la loro crudeltà. Harlow condusse moltissimi studi sulla deprivazione sociale, prodotta principalmente nei primati non umani tramite due condizioni predominanti, che spesso coesistevano: l’isolamento sociale e la separazione. I modelli sperimentali furono proposti per la prima volta negli anni sessanta e successivamente ripresi con molte varianti da diversi ricercatori.
Gli animali erano posti a diversi livelli d’isolamento, da parziale a totale, e per un certo periodo non vedevano e non sentivano alcun loro simile. I ricercatori li isolavano durante una precisa fase della loro vita, in modo da provocarne alterazioni nello sviluppo psicologico.
Invece, nella sua versione originale il paradigma della separazione dei primati consisteva nell'allevare scimmie fin dalla nascita in totale isolamento, completamente escluse dal contatto sociale con i loro simili, o in gabbie che permettevano solo il contatto visivo e uditivo. Le piccole scimmie allevate nell'uno o nell'altro ambiente per 6-12 mesi e poi rimesse in contatto sociale con gli altri animali, passavano gran parte del loro tempo manifestando una sindrome da disperazione: raggomitolate in un angolo, si dondolavano, con le braccia strette al corpo ed evitavano il gioco o gli incontri sociali con i propri simili. In altri casi gli animali erano tolti alla madre dopo un breve periodo di contatto in modo così da provocare una rottura del legame che si era instaurato. Harlow, separò le scimmie rhesus dalla madre durante le prime settimane di vita. In questo periodo, infatti, la scimmia dipende dalla madre per cibo e protezione ed anche per il calore fisico e la sicurezza emotiva. A questo punto Harlow sostituì la madre con un surrogato di filo di ferro o di stoffa. Il piccolo preferiva il surrogato rivestito di stoffa, che gli dava il conforto da contatto, rispetto al surrogato di filo metallico, che dava cibo ma non conforto. In altri esperimenti Harlow arrivò a sostituire la madre con fantocci costituiti da aculei che uscivano dal corpo: i piccoli si ferivano, ma cercavano comunque un contatto con il fantoccio che gli ricordava quello con la madre.

Gennarelli
Il professor Gennarelli era uno stimato ricercatore americano, fino al giorno in cui un gruppo di attivisti dell’Animal Liberation Front non entrarono nei suoi laboratori e rubarono alcuni filmati ad uso interno. In essi, ampiamente diffusi dai mass media, si vedevano babbuini contenuti fisicamente e presi a martellate in testa fino a spaccargli il cranio e peggio ancora alcuni ricercatori deridere gli animali dopo che erano stati sottoposti a quello che loro chiamavano l’esperimento. In particolare una donna faceva ballare una scimmia come una baionetta dicendole di far vedere la sua cicatrice punk (la scimmia aveva un lunga cicatrice che passava il cranio da parte a parte).
Il professor Gennarelli aveva ottenuto in 15 anni 11 milioni di dollari per poter condurre questo tipo di ricerche.

Psichiatria e vivisezione
Nelle ricerche in campo psichiatrico gli animali sono stimolati a tenere od evitare un determinato comportamento attraverso la somministrazione di sostanze psicoattive ossia che sono attive a livello psichico, oppure danneggiando il loro cervello, oppure sottoponendoli a scariche elettriche attraverso elettrodi conficcati in maniera permanente nel cervello o attraverso il passaggio di corrente elettrica sul fondo della gabbia.
Posizionare elettrodi nel cervello vuole dire rompere le ossa craniche, togliere una parte del cervello, inserire gli elettrodi e chiudere il tutto con il cemento armato. Poi quando il ricercatore vorrà, potrà fare passare la corrente elettrica direttamente all’interno del cervello dell’animale. Spesso non hanno una migliore sorte gli animali che invece le scosse elettrice le ricevono attraverso il pavimento della gabbia.

Huntington Life Sciences

Huntingdon Life Sciences (HLS) è un istituto privato che pratica vivisezione su contratto, per conto di varie aziende farmaceutiche, cosmetiche eccetera. Conduce test su circa 75.000 animali ogni anno - tra cui topi, conigli, maiali, cani, primati, per la sperimentazione di prodotti farmaceutici, prodotti chimici agricoli, prodotti chimici industriali, prodotti alimentari e per conto di clienti privati in tutto il mondo.
Huntingdon è stata sottoposta ad intense pressioni finanziarie a partire dal 1999, quando un gruppo inglese di animalisti ha proposto una campagna internazionale di boicottaggio dell’azienda chiamata Stop Huntingdon Animals Cruelty (SHAC). La campagna è iniziata dopo che un film girato di nascosto all'interno di Huntingdon, e andato in onda alla televisione britannica, ha mostrato il personale di HLS che picchiava ridendo gli animali affidati alle loro cure. In un filmato un ricercatore che non era riuscito a fare un prelievo di sangue ad una scimmia perché si era mossa, ordinava ad un inserviente di picchiarla. Questo prima la scuoteva violentemente, poi la sbatteva contro la gabbia, poi con una mano la buttava dentro la gabbia, prendeva una zampa, la tirava fuori dalle grate e la torceva su se stessa, mentre con l’altra mano schiacciava la scimmia contro il fondo della gabbia.
In filmato è visionabile su Internet (vedi)

Conclusione
Sia che si consideri la vivisezione da un punto di vista scientifico, sia che la si considera da un punto di vista etico, deve al più presto essere abolita. Scientificamente è indifendibile ed eticamente rappresenta una vergogna della quale la nostra specie deve disfarci al più presto.

 


Grafica Luna Grillo
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