| Energia nucleare: quanto mi costi? |
| Mario Brusamolin |
In questa rivista mi sono occupato di vari problemi che una scelta nucleare come quella italiana comporta: l’esaurimento del combustibile, l’inquinamento del pianeta per il suo reperimento, gli aspetti sociali legati all’estrazione dell’Uranio (leggi Niger), il costo del suo arricchimento, i tempi lunghissimi per l’entrata in produzione degli impianti, la sicurezza in esercizio, la questione assolutamente irrisolta delle scorie e il problema dell’enorme quantità d’acqua necessaria per il raffreddamento.Ma c’è un aspetto che, probabilmente, dovrebbe essere considerato per primo in una disputa con un nuclearista convinto: quello economico. Di questo non si parla spesso e molti (ingenuamente?) glissano sul fatto che i soldi investiti siano “dello Stato”, quasi questo fosse un ente benefico o uno zio americano che ci lascia in eredità un bel mucchio di denari. Beh, si tratta sempre di soldi dei cittadini, versati sotto forme e per motivi diversi (tasse, incentivi, una tantum, bolli, lotterie, ecc.). Per questo non solo abbiamo il diritto, ma il dovere di dire la nostra. Molti si sono interessati alla questione. Lo ha fatto di recente anche Greenpeace, in un Rapporto dal titolo inequivocabile: "Bufale nucleari", al quale rimando per approfondimenti. La domanda è: quanto ci costa questa scelta? È conveniente? Verrà ammortizzata? In quanto tempo? Possiamo dividere la spesa in diversi capitoli: la costruzione della centrale, il suo esercizio (es. acquisto del combustibile), il suo smantellamento e i costi – per così dire – “sociali” (ad esempio le incentivazioni per la destinazione dei siti). Cominciamo a capire chi gestirà l’affare. La società nata dall’unione tra ENEL e la francese EDF avrà un consiglio di amministrazione formato da 4 rappresentanti ciascuno, ma a EDF andranno Presidente e Vicepresidente. La collaborazione tra le due società non è una novità, perché ENEL possiede già il 12,5% delle quote del reattore di Flamanville, la cui costruzione è cominciata nel 2007. Forse non sono stati abbastanza fortunati, ma il fatto è che quella centrale ha avuto un sacco di problemi ancora prima di cominciare a funzionare. L'Autorità francese per la sicurezza nucleare (Asn) ha ordinato nel 2008 la sospensione dei lavori per irregolarità riscontrate nell'armatura in ferro dell'isolotto su cui dovrà poi poggiare il reattore nucleare e, non bastasse, sono anche state rilevate delle fessurazioni del cemento dovute alla scarsa qualità dei materiali e ad errori nella messa in opera dell' armatura in ferro. Errori che, secondo l'Asn, manifestano una mancanza di rigore inaccettabile e che non depongono assolutamente a favore di quanto potrebbe avvenire in futuro in Italia. Secondo il parigino “Le Figaro” altri ritardi si sarebbero accumulati (2010) aggiungendo altri due anni di attesa per l’entrata in funzione dell’impianto, spostata così dal 2013 al 2015. L’altra centrale EPR che AREVA sta costruendo in Europa è quella di Olkiluoto in Finlandia: ma anche qui le cose non vanno bene. Ci sono stati gli stessi problemi francesi e i tempi di consegna ed i costi sono lievitati moltissimo. E siamo in un paese che certo non fa dell’incompetenza e della superficialità la propria bandiera. L’Agenzia di sicurezza nucleare finlandese (STUK) ha inviato lo scorso dicembre una durissima lettera di protesta ad AREVA in cui si afferma che "non c'è stato alcun reale progresso nella progettazione dei sistemi di sicurezza e di controllo", e che "gli evidenti difetti di progettazione" non sono stati corretti. L'agenzia attende ancora una progettazione che "soddisfi i principi basilari della sicurezza nucleare". A tutt'oggi sono stati rilevati oltre 3000 errori nella costruzione della centrale nucleare, un bel record davvero! I nostri “tecnici/politici” sostengono che per una centrale servono 3,5 miliardi di euro, ma proprio i loro consociati francesi smentiscono: secondo la stampa d’oltralpe, che guarda con attenzione alla realizzazione del sito di Flamanville, i costi di un singolo reattore potrebbero raddoppiare (fino a 7 miliardi di euro). Per quello finlandese era prevista inizialmente una spesa di poco più di 2,5 miliardi di euro, che ora sono già diventati 5,5: più del doppio ... e probabilmente non è nemmeno finita qui. Ecco perché è così difficile prevedere il costo di un impianto complesso come quello nucleare. Ma l’ENEL fornisce cifre e dati con una sicurezza disarmante. In una nota rilasciata un mese fa sostiene che: per le imprese italiane ci saranno "commesse per circa 12 miliardi di euro: si tratta del 70% dell'investimento totale (circa 16-18 miliardi per 4 centrali) che rientra nella parte "convenzionale", come le opere civili, e che non sono dunque coinvolte nella parte (non) "convenzionale" (il reattore, il "cuore" della centrale) per il quale AREVA ha il brevetto esclusivo". (fonte ANSA 29/12/09) Ora, se proprio dobbiamo farne un’esclusiva questione economica, sono cifre importanti soprattutto in un momento di grave crisi economica. Ma la consociata EDF smentisce tutto sostenendo al contrario che: “La parte nucleare dell’impianto pesa per una quota pari al 60% dell’ammontare totale dei costi, mentre la parte convenzionale (non nucleare) pesa per la restante quota.”" Che è esattamente il doppio di quanto sostiene ENEL e ciò si traduce nel dimezzarsi della convenienza per le imprese italiane. La cosa non può stupire più di tanto, perché è esattamente quello che è successo in Finlandia, dove le imprese locali avrebbero dovuto avere vantaggi notevoli, che si sono tramutati in briciole grazie agli appalti vinti in larga parte da società francesi (Bouygeus su tutti). C’è poi la presa di posizione di Citigroup, uno dei colossi in quanto a servizi finanziari. Quello che sostiene è che ai privati proprio non conviene mettersi in questa avventura, a meno che non siano coperti nei rischi da parte dello stato, cioè dei contribuenti e dei consumatori (i cittadini). Ma va anche oltre, facendo dei calcoli sul costo dell’energia da nucleare italiano. Perché sia conveniente per gli investitori dovrà avere un prezzo di almeno 65 €/MWh, cifra che arriva a 70 €/MWh se si verificassero gli stessi inconvenienti e ritardi degli EPR francese e finlandese. Il nostro governo ha garantito che il costo del MWh sarà di soli 40 €, ma nessuno sa da dove arrivi questa valutazione. In quanto poi alla scelta del tipo di reattori ci sono allarmanti segnali che arrivano da oltralpe. AREVA, che costruisce EPR, ha recentemente subito una sconfitta molto pesante negli Emirati Arabi, dove ha perso una gara d’appalto contro una concorrente coreana, perché gli emiri di Abu Dhabi, probabilmente spaventati dalla situazione di Olkiluoto, hanno giudicato poco conveniente la scelta degli EPR francesi (vedi). Questo segnale ha fatto sì che la multinazionale d’oltralpe stia pensando molto seriamente di disinvestire sui progetti della terza generazione e rivolgersi alle centrali di seconda generazione (CPR1000) un po’ più piccole e molto più economiche. Sarà un caso, ma anche il gruppo tedesco Siemens ha tolto la sua quota del 34% da AREVA già un anno fa. Non c’è, dunque, chiarezza da nessuna parte. ENEL, con il suo debito di oltre 50 miliardi di euro, non sembra in grado di sostenere le spese della “strategia nucleare” del governo. I tecnici sostengono che il debito sia stato causato dall’acquisto della spagnola ENDESA. Per ridurre le perdite, sempre in Spagna, ENEL ha venduto ad Acciona impianti a fonti rinnovabili e idroelettrici per un totale di quasi 4 mila MW. Così la “quota verde” dell’ENEL scende ancora di più, essendo, rispetto al totale installato dall’azienda, l’1% in Italia e il 3,8% all’estero. Il nucleare quindi “deve” funzionare ed essere perciò spinto al massimo anche per questi motivi. Se questa è la situazione in partenza ci si chiede cosa avverrà (se e) quando le centrali italiane entreranno in produzione. Sarà necessario provvedere all’acquisto dell’Uranio, al suo arricchimento, alla gestione dell’impianto (personale, attrezzature, controlli, …). A proposito dell’Uranio forse vale la pena di ricordare che si tratta di un combustibile fossile, che andrà ad esaurirsi prima o poi. Su questo punto non ci sono molti dubbi, ma un po’ di distinguo sì. Fino ad oggi gran parte del combustibile fissile è derivato dallo smantellamento delle armi nucleari (ricordo che l’Uranio contenuto nelle bombe è altamente arricchito, fino a 20 volte più di quello per la produzione di energia). Oggi però la “pacchia” è finita ed è necessario per tutti intaccare le riserve geologiche del pianeta. Secondo i dati forniti da IAEA (agenzia internazionale energia atomica) occorre distinguere le scorte di combustibile (tout court) da quelle che chiama “risorse commerciali”, vale a dire quelle che risulta conveniente estrarre. Per l’Uranio la cifra limite è di 130 US$/kg. Queste risorse commerciali ammontano a 4,7 milioni di tonnellate e sono circa la metà di quelle estraibili “a qualsiasi prezzo”. La letteratura non indica con precisione la data presunta del picco di Hubbert (1)per l’Uranio; si va dai 20 anni ai 70 a seconda probabilmente dell’ideologia e delle posizioni rispetto alla questione-nucleare. Una cifra “attendibile” potrebbe essere 40-45 anni. Questo nella situazione attuale; potrebbe cambiare? La risposta è sì, per tre motivi. Il primo: se aumentano le centrali nucleari e i consumi di energia elettrica diminuirà il tempo necessario per raggiungere il picco. Il secondo: se si trovano nuove miniere il tempo per arrivare al picco si allungherà Il terzo riguarda le centrali di nuova generazione (la 4^), quelle con i cosiddetti reattori autofertilizzanti, che potranno consumare considerevolmente meno combustibile, fino a 60 volte, anche se presentano alcuni problemi gravi ancora non risolti. Tuttavia questi reattori sono ancora in fase di sperimentazione e gli scienziati sembrano concordi nel dire che ci vorranno almeno 20 anni per vederli in azione. Si dice che funzioneranno meglio e il loro esercizio costerà meno, ma non è possibile quantificarne i costi (di costruzione, produzione, esercizio) poiché non esistono gli strumenti per la loro valutazione, dal momento che i modelli econometrici esistenti non si adattano alla nuova tecnologia. Comunque non sarebbe una soluzione, perché non è pensabile che le quasi 500 centrali che saranno operative nel 2030 potranno essere sostituite d’un colpo da 500 centrali di quarta generazione. L’approvvigionamento del combustibile appare quindi un problema quanto mai serio, accompagnato anche in questo caso dall’esigenza di enormi investimenti per la sostituzione degli impianti. C’è un altro aspetto che occorre tenere presente: una “vecchia centrale” non si può semplicemente “buttare via”; ci sono procedure complesse ed estremamente costose da seguire per il suo smantellamento. Non a caso i nostri impianti, chiusi 23 anni fa, sono ancora là e non si sa cosa farne. Forse qualcuno dovrebbe riflettere su quanto è avvenuto negli USA, dove le compagnie elettriche ("public utilities") hanno aggiunto una tassa in bolletta per poter finanziare lo smantellamento. In Italia di questo non si parla mai. Perfino nella scelta dei “siti” ci sarà denaro pubblico in uscita. Il recente provvedimento governativo (d. lgs. 22/12/09) definisce infatti cosa accadrà ai disgraziati che si vedranno costruire vicino a casa una centrale nucleare. Per compensarli del “disturbo” verranno assegnati loro dei soldi. Si tratta di circa 5 milioni di euro per ciascun sito, che andranno agli enti locali (40%) e ai cittadini residenti (60%). Questo finanziamento sarà speso dallo stato in riduzioni di tasse e tariffe. Non facciamoci ingannare: i soldi in questione sono della collettività, ognuno di noi verserà la sua quota parte. Altri soldi arriveranno quando la centrale sarà in funzione: 0,4 €/MWh destinati alla provincia (10%), al comune (55%) e ai comuni nel raggio di 20 km (35%). Si tratta di altri 5 milioni all’anno per impianto. Rimane poi aperta la questione di quanto costerà realizzare il “sito sicuro” in cui raccogliere le scorie radioattive. Ma su questo non possiamo dire niente, perché nessuno (proprio nessuno!) sa dove, come e quando sarà realizzato. Chiudo con una nota che non ha molto a che fare coi soldi. Le Regioni italiane si stanno progressivamente chiamando fuori (lo ha fatto la Sicilia recentemente con una legge regionale). E già si ventila l’idea di modificare il titolo V della Costituzione. L’a.d. di ENEL, Fulvio Conti, ha recentemente dichiarato: «È necessario che tale materia, nell’ambito di una riforma del titolo V della Costituzione, torni di competenza dello Stato, pur nel rispetto delle prerogative locali». Chissà se questo rientra nei piani di federalismo della Lega. (1) Il picco di Hubbert fa parte di una teoria elaborata negli anni '50 dal geofisico americano M. K. Hubbert. Riguarda tutti i materiali che estraiamo dal sottosuolo (petrolio, metalli, uranio, ...). A un certo punto, il graduale esaurimento rende talmente elevati gli investimenti necessari che questi non sono più sostenibili. La produzione raggiunge un massimo (il picco di Hubbert) e poi comincia a declinare. Nell'accezione più "popolare"serve ad indicare (come faccio in questo articolo) il momento in cui è meglio abbandonare quella risorsa perché diventa troppo costosa da estrarre. (vedi voce su Wikipedia) |
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