Il 2 agosto 2017 l’umanità avrà consumato più risorse di quante la Terra è in grado di rigenerare nel corso di quest’anno stesso. Il 2 agosto, insomma, è l’Earth Overshoot Day, giorno dal quale l’uomo inizia a sovrasfruttare il pianeta che abita. L’EOD (appunto: Earth Overshoot Day) è calcolato dal Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che vuole mostrare come l’attuale esasperato ritmo di consumi a livello mondiale sia incompatibile con il ritmo naturale di rigenerazione delle risorse terrestri, il tutto a discapito delle future generazioni: “Emettiamo più anidride carbonica nell’atmosfera di quanto gli oceani e le foreste siano in grado di assorbire e deprediamo le zone di pesca e le foreste più velocemente di quanto possano riprodursi e ricostituirsi”, afferma l’organizzazione.

L’impronta ecologica

Per calcolare l’EOD il Global Footprint Network si avvale di un indicatore noto come l’Ecological Footprint, ossia l’impronta ecologica. Quest’indicatore serve appunto per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Insomma: maggiore è l’impronta ecologica mondiale, minore è il tempo che serve ogni anno per raggiungere l’Earth Overshoot Day.footprint impronta ecologicaProprio il trend dell’EOD degli ultimi anni mostra come l’impronta ecologica umana sulla Terra sia in costante aumento, segnalando un pericolo ambientale che ormai è sulla bocca di tutti (tranne che su quella di Donald Trump!). Pensate che nel 2000 l’EOD cadeva il 1° Novembre; nel giro di poco più di una decade i consumi sono talmente aumentati che il giorno di “sfinimento” della Terra ha fatto un balzo trimestrale.

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Al di là dell’EOD, l’impronta ecologica sta avendo una forte risonanza mediatica. Il concetto, che negli ultimi anni rimbalza tra istituzioni e organizzazioni ambientali, è stato introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees nel loro libro “Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth”. Pochi anni dopo, nel 1999, il WWF ha iniziato ad utilizzarlo nel report annuale “Living Planet Report”. Fu proprio Mathis Wackernagel a fondare, nel 2003, il Global Footprint Network di cui parlavamo poco fa.

Ma qual è il pregio di quest’indicatore che è l’impronta ecologica? Da sempre, infatti, si è avuto un occhio per la sostenibilità ambientale; ma se prima del 1996 la domanda che muoveva la riflessione sostenibile era antropocentrica, cioè ci si chiedeva quante persone potevano sostenibilmente insediarsi in un dato territorio, oggi l’impostazione è ribaltata e la domanda è diventata: quanto territorio è necessario per sostenere una data popolazione secondo il suo determinato stile di vita e consumo? Il grande vantaggio dell’Ecological Footprint, insomma, è di tradurre in termini di spazio il valore inserito nell’indicatore, un valore che può essere calcolato sia in termini energetici che di consumo di risorse. In questo mondo si rende immediatamente comprensibile il sovrasfruttamento territoriale di una popolazione in base ai suoi consumi.

Calcolare l’impronta ecologica

In altre parole l’indicatore che stiamo prendendo in considerazione misura la “porzione di territorio” di cui una popolazione (o una famiglia, un individuo) necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per assorbirne i rifiuti. Per calcolare quest’impronta bisogna innanzitutto suddividere le categorie di consumo della comunità in indagine, in modo che sia più facile valutare la richiesta di terreno necessario per la produzione tipica di ogni singola categoria.

Le categorie di consumo utilizzate sono: alimenti, abitazioni, trasporti, beni di consumo e servizi. Ognuna di queste categorie sforna prodotti che comportano una precisa impronta ecologica. A proposito di sfornare, per esempio, il consumo di un kg di pane comporta una impronta ecologica di circa 29,7 metri quadrati; mentre il consumo di un kg di carne bovina necessita di più di 300 metri quadri (non per nulla si afferma che il settore agrozootecnico ha un impatto devastante sulla questione ambientale).

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Il discorso fatto per il settore alimentare vale per tutte le categorie elencate in precedenza: i trasporti incidono sull’impronta ecologica per via del consumo di combustibile e dell’energia impiegata per la produzione del veicolo; le abitazioni a causa dell’occupazione diretta del suolo, del consumo di energia e, anche qui, per la realizzazione concreta della struttura; e ancora: i beni di consumo, come elettrodomestici, vestiario, mobili comportano per la loro produzione una grande partecipazione alla formazione dell’impronta ecologica (un paio di scarpe di cuoio: 300 mq; una lavatrice: circa 2500 mq).

Per valutare qual è la superficie necessaria alla produzione e mantenimento di un bene di una delle suddette categorie bisogna considerare tutti gli scambi energetici effettivi nella produzione e nel mantenimento stesso di questi beni. Perciò si considerano i sistemi ecologici produttivi da cui derivano quelle stesse risorse necessarie a soddisfare i diversi consumi.

Questi sistemi ecologici, in termini di superficie dedicata, sono classificati come segue: terreno per energia, terreno agricolo, pascoli, foreste, superficie edificata, mare. Dopodiché i diversi sistemi vengono ridotti ad una misura comune e si attribuisce a ciascuna un peso proporzionale alla sua produttività media mondiale. Così facendo si individua l’area equivalente necessaria per produrre la quantità di biomassa utilizzata da una data comunità, misurandola in ettari globali. Una formula è poi in grado di tradurre tutto questo nell’impronta ecologica.

A proposito di Giorgio